Un tentativo di rivalsa

Nonostante le molteplici difficoltà che il teatro italiano si trova ad affrontare – soprattutto a livello istituzionale – penso di poter dire che non si è mai arreso, soprattutto a livelli che istituzionali non sono.

Quel processo iniziato dal Nuovo Teatro, nato nel 1959, che prendeva a modello le avanguardie storiche Novecentesche nate e diffusesi in Europa e nel mondo – tra cui Living Theatre, Teatr Laboratorium, Odin Teatret e altri – e portato avanti fino alla fine degli anni ’90 non ha sortito gli effetti sperati.

Nei quattro decenni lungo i quali si è sviluppato, il Nuovo Teatro si è articolato in Cantine romane (anni ’60 e ‘70), Generazione dei gruppi (anni ‘80) e Teatri Novanta (anni ‘90).

Ponendosi sulla scia delle avanguardie storiche, questo teatro si riallacciava a una visione che non vedeva nel testo l’elemento principale e più importante del teatro. Al contrario, ciò su cui puntava di più era il momento di compresenza tra pubblico e attori – l’hic et nunc della rappresentazione – e l’intensità comunicativa degli spettacoli. Per questo motivo la tendenza era lavorare su platee poco numerose e “di nicchia”.

Il pubblico non era più chiamato a partecipare all’evento teatrale grazie alla presenza di nomi altisonanti sui cartelloni: gli spettatori dovevano scegliere un determinato spettacolo sulla base di motivazioni di tipo culturale, di affinità o di appartenenza generazionale. (Mimma Gallina, Ri-Organizzare teatro. Produzione, distribuzione, gestione)

Per giungere a un maggiore coinvolgimento del pubblico, inoltre, sempre in questo periodo si sviluppano nuove modalità, tuttora presenti nel teatro contemporaneo.

Un esempio per tutti è l’organizzazione di workshop teatrali. Questi – presenti sotto forma di singole lezioni o brevi esperienze teoriche e pratiche – hanno l’obiettivo di portare a una fidelizzazione del pubblico, che viene attirato dalle lezioni tenute da esperti del settore per interesse personale, professionale o anche solo per mettersi alla prova. (Mimma Gallina, Ri-Organizzare teatro. Produzione, distribuzione, gestione)

Un’altra modalità che sempre più speso viene utilizzata da compagnie – spesso giovani – per riuscire a fare del teatro il loro lavoro è il teatro sociale. Questo ha il doppio vantaggio di guardare al contempo al passato e al presente. Il teatro sociale infatti da un lato recupera quella che era stata la funzione primigenia del teatro in epoca greco-romana e dall’altro guarda alle problematiche e alle necessità di oggi.

I progetti di teatro sociale nascono principalmente in luoghi dove è necessario ricreare una sorta di collante sociale o dove l’integrazione di alcuni gruppi risulta particolarmente complessa. (Mimma Gallina, Ri-Organizzare teatro. Produzione, distribuzione, gestione)
Il teatro viene qui usato come una sorta di “terapia di gruppo”, necessaria per far percepire un legame agli elementi di una comunità. Numerosi sono ad esempio i gruppi di teatro sociale nati nella periferia bolognese, in particolare in quartieri problematici quali il Pilastro.

Il mezzo più usato e che ha riscosso maggior successo resta tuttavia il sistema delle residenze.

Queste – che possono essere artistiche od organizzative – permettono ai gruppi che non hanno le risorse necessarie a operare all’interno del modello stabile un minimo di costanza e la possibilità di creare e operare su un terreno non ostile. Le residenze si contraddistinguono principalmente per essere presenti a livello regionale, quindi generalmente ben ancorate al loro territorio di provenienza, col quale mantengono un rapporto molto stretto.

Le residenze inoltre, fanno quello che possiamo chiamare “teatro povero”.

Non bisogna però confonderlo con il teatro povero teorizzato da Grotowski: questo è il teatro povero di gruppi che faticano a stare a galla. È, come lo definisce Mimma Gallina, un “teatro povero per vocazione e necessità”. (Mimma Gallina, Ri-Organizzare teatro. Produzione, distribuzione, gestione)

Ciò che a mio parere fa ben sperare è che, nonostante le – molte – difficoltà, ci sia ancora qualcuno che decide di provarci. Questa ostinata voglia di andare avanti dimostrata dalle compagnie lascia intuire che forse non è ancora tutto perduto, e che è ancora possibile sperare di trovare una soluzione alla crisi ormai cronica del teatro italiano. Il fatto che i nuovi gruppi lottino affinché le loro debolezze diventino le loro forze, la volontà di continuare a lavorare, a creare e a farsi conoscere, dimostra forse che la voglia di riuscire può in fin dei conti prevalere sulle costanti difficoltà. E la nascita di fenomeni quali le residenze, fa notare che esiste anche la voglia di lavorare insieme, in gruppi di persone con la stessa passione che mettono a disposizione le loro conoscenze e le loro competenze per riuscire a trovare una soluzione condivisa.

Forse a salvare la situazione non saranno le leggi di settore, che sempre stentano ad arrivare, o i tentativi di cambiamento promossi dai grandi Teatri stabili.

Forse il cambiamento arriverà dal “basso”, da chi di questo cambiamento ha davvero bisogno e da chi in questo cambiamento crede davvero.