Antonin Artaud

“C’è un rischio, indubbiamente, ma ritengo che nelle circostanze attuali valga la pena correrlo. Non credo si possa arrivare a ridar vita al mondo in cui viviamo, e non credo neppure che valga la pena aggrapparsi ad esso; ma propongo qualcosa per uscire dal marasma, invece di continuare a gemere sul marasma, e sulla noia, l’inerzia e la stupidità di ogni cosa” (A. Artaud, Il teatro e il suo doppio)

Il 4 marzo 1948 ci lasciava quello che a parere mio è stato uno dei più importanti personaggi della scena teatrale della prima metà del Novecento, Antonin Artaud.

Definito da Barrault l’“uomo-teatro”, Artaud ha dedicato la sua intera esistenza a questa disciplina, dando un contributo fondamentale al modo in cui il teatro viene oggi concepito, messo in pratica e studiato. Egli è stato attore, drammaturgo, regista, scrittore, disegnatore, uomo di cinema, viaggiatore e antropologo. Per dirla in parole brevi Artaud è stato un artista a tutto tondo, che ha provato, sperimentato, e soprattutto cambiato idea.

Nato il 4 settembre 1896 a Marsiglia, all’età di 4 anni Artaud venne colpito da una grave forma di meningite che avrebbe poi compromesso la sua vita futura. Nel 1920, a seguito del trasferimento a Parigi, Artaud inizia a frequentare l’élite culturale dell’epoca. Egli si lega in special modo al gruppo Surrealista guidato da André Breton. Con loro Artaud inizia a lavorare alla sua personale visione di teatro mettendo in scena tra l’altro i primi spettacoli teatrali surrealisti, tra cui Victor ou les enfants au pouvoir e collaborando alla creazione del primo film del gruppo, La conquille et le clergyman (1928) anticipando i maestri del genere, Buñuel e Dalì. La sua avventura nel movimento surrealista tuttavia non dura a lungo: le sue opinioni, parecchio divergenti da quelle di Breton, portano a una travagliata rottura, consumatasi sulle pagine dei pamphlets scritti da entrambi per sancire la rottura.

In particolare, Artaud si opponeva alla visione del “gran sole dell’avvenire” profetato dal partito comunista, preferendo parlare della “grande notte” che stava colpendo la società occidentale.

Per tutta la sua vita Artaud si è dimostrato una persona rotta da insanabili contraddizioni che lo hanno portato a non fermarsi mai, a progredire sempre nel suo percorso artistico, ad andare oltre nonostante tutte le avversità che gli si sono presentate.

Ed è proprio forse nella sua contraddittorietà che egli ha trovato la sua forza, il motore che lo spingeva ad andare avanti. Egli viveva in un mondo a suo parere giunto al capolinea, insalvabile, che non avrebbe portato a nulla, e ritengo che sia stato proprio questo a spingerlo a perseverare nei suoi tentativi, anche se fallaci.

Immerso in una società che ha perso i punti cardinali, che non sa da che parte andare e che probabilmente sta spingendosi troppo avanti quando l’unica cosa di cui avrebbe bisogno sarebbe fare alcuni passi indietro, Artaud ha creduto di poter avanzare nella direzione a suo parere corretta non rispettando le regole che venivano imposte.

“Ma è evidente ora da troppi indizi che tutto ciò che ci faceva vivere non regge più, che siamo tutti pazzi, disperati, malati. E io ci invito a reagire” (A. Artaud, Il teatro e il suo doppio)

Dalla fine degli anni ’30 fino alla morte, ciò che più ha segnato la vita di Artaud è stata la malattia. Nel 1937, al ritorno da un viaggio in Irlanda, egli venne internato in un ospedale psichiatrico di Parigi, dove restò confinato per quasi tutti gli anni della Seconda Guerra Mondiale. Solo sul finire della guerra egli riuscì a farsi trasferire in un ospedale psichiatrico nel sud del Paese, a Rodez, dove poté finalmente ricominciare un’esistenza vicina alla normalità. Durante gli anni di internamento Artaud si convinse dell’esistenza di un complotto mondiale ordito contro di lui, che matto non lo era mai stato, semmai eccentrico, irrispettoso dei canoni, ma che mai si era spinto al di là di qualche bravata in pubblico.

Questa idea del complotto incise in maniera molto forte sul pensiero e sul lavoro che egli fece una volta giunto a Rodez.

Nella sua ultima lettera, scritta il 24 febbraio 1948, Artaud lascia la sua ultima immagine, quella di un teatro utile e necessario, che a ogni rappresentazione deve lasciare qualcosa a livello corporeo a chi lo guarda e a chi lo fa, un teatro che non imita la vita, ma la fa, la crea. Sempre in questa lettera Artaud promette di lasciare perdere tutto quanto, e di dedicarsi solo ed esclusivamente al teatro.
In realtà non riuscì a rispettare questa sua promessa. Egli morì circa una settimana dopo, il 4 marzo 1948. Venne ritrovato seduto, di fronte al letto, con una sua scarpa in mano.

Quello che a mio parere viene troppo spesso messo da parte quando si parla di Artaud è la poesia che irradia dalla sua figura e dai suoi testi. La poesia di un uomo reale, sebbene non comune. La poesia che nel suo caso scaturiva da una contraddizione, dal suo non voler scegliere una sola prospettiva da cui guardare le cose, dal restare sempre aperto a nuovi stimoli. La poesia che derivava anche dal tipo di vita che conduceva, quel suo continuo sfidare le regole e i limiti imposti, quel suo voler essere oltre, sempre, anche dopo il manicomio.

Se penso ad Artaud mi viene in mente l’immagine di un uomo che cammina per le strade di Parigi, con il bastone in mano, che passa davanti ai café dei letterati, alle volte, perché no, insultandoli.

Un uomo all’apparenza come tanti, del quale, tuttavia, si nota quasi inavvertitamente il portamento, principesco, regale, che nella prima parte della sua vita gli aveva permesso di interpretare ruoli da re in diverse produzioni. E tuttavia una regalità in contrasto con il suo reale stile di vita, povero, quasi indigente.

Spesso quando si parla di Artaud si parla di “doppi” (scrittore, pittore, uomo di cinema…), ma a mio parere oltre a questi ne esiste un altro, ed è l’Artaud sognatore, che ha lottato tutta la sua vita per affermare la rivoluzione in cui credeva. Una rivoluzione che doveva originarsi dal e nel teatro. Un Artaud utopista, nonostante tutto.

Una delle ultime immagini che Artaud ha lasciato prima di morire è quella del “corpo senza organi”, di un corpo cioè liberato da tutti gli automatismi di cui è vittima.

Trovo rilevante il fatto che questa immagine nasca dopo gli anni di internamento, perché dimostra quello che, a seguito di tante sofferenze, era forse l’ultimo e forse più complesso progetto di Artaud: liberare l’uomo da tutto, perfino da sé stesso. Riportarlo a livelli di libertà che gli avrebbero permesso di rimparare a muoversi, a danzare finalmente libero, come lui non è mai stato.

“Quando gli avrete fatto un corpo senza organi voi l’avrete liberato da tutti i suoi automatismi e reso alla sua vera libertà. Allora voi gli rinsegnerete a danzare alla rovescia come nel delirio dei balli popolari, e questo rovescio sarà il suo vero posto” (A. Artaud, Pour en finir avec le jugement de Dieu)