Jerzy-Grotowski-a-Pontedera

“Soffriamo soprattutto di una mancanza di totalità, che ci porta alla dispersione e alla dissipazione di noi stessi” (J.G.)

La seconda esperienza di cui vorrei parlare è il soggiorno, durato diversi anni, di Jerzy Grotowski nella cittadina italiana di Pontedera. Questo soggiorno ebbe grande importanza in primis per l’artista e in secondo luogo anche per il contesto teatrale italiano, che ha potuto così conoscere il pensiero e si è potuto confrontare con la tecnica e l’esperienza del grande regista e uomo di teatro polacco.

La figura di Grotowski è una di quelle che più rappresenta il movimento teatrale del Novecento, le sue idee, i suoi progressi e le direzioni prese.
Sebbene nei primi anni Grotowski vivesse nell’ombra del regime comunista, il suo teatro è riuscito a influire su tutta la scena europea, grazie soprattutto ai suoi allievi e collaboratori – tra i quali anche Eugenio Barba, Ryszard Cieslak, Maud Robart e Thomas Richards – che, diventando essi stessi uomini di teatro fra i più importanti, sono riusciti a portare avanti le teorie del loro Maestro.

L’esperienza teatrale di Grotowski inizia nella Polonia comunista degli anni successivi la fine della Seconda guerra mondiale.
Nato nel 1933, ancora giovane Grotowski si appassiona al teatro e, dopo aver soggiornato a Cracovia si sposta nella cittadina di Opole, dove dirige il Teatro delle tredici file con Flaszen.
Inizialmente, gli spettacoli che mette in scena sono riconducibili ai modelli più classici del teatro: selezionava testi della tradizione e la messa in scena corrispondeva gli schemi classici della visione frontale dello spettacolo da parte del pubblico.
Questo primo periodo vede messi in scena spettacoli tra cui i più importanti restano Akropolis (1962) e Apocalypsis cum figuris (1969).

Il periodo cosiddetto de “L’arte come presentazione” termina però bruscamente nel 1969 – 1970, quando Grotowski decide di non voler più fare spettacoli.
Inizia quindi la seconda grande fase della vita artistica di Grotowski, a sua volta suddivisibile in tre ulteriori momenti artistici, che però hanno in comune una ricerca che non va più in direzione dello spettacolo classico, inscritto in un rapporto di messa in scena frontale e di distanza tra attore e spettatore.
Da questo momento Grotowski inizia a lavorare a un teatro senza spettacoli, concepito come una sorta di “palestra” per attori e spettatori, che permetta di lavorare sulla persona, di superare la barriera che ha sempre diviso il palco dalla platea e di rendere tutti partecipi dello stesso accadimento.

Il primo di questi tre momenti è denominato “Parateatro”. L’obiettivo che Grotowski cerca di raggiungere è quello di arrivare a un incontro tra le persone, non più divise nelle categorie di attori e spettatori. Con le tecniche parateatrali le persone sono in grado di disarmarsi e farsi conoscere per quello che sono davvero, senza bisogno di barriere e mediazioni, per produrre un incontro reale tra esseri umani.

La seconda fase, opposta alla precedente, è il cosiddetto “Teatro delle fonti”: qui non è più il gruppo a dover lavorare sull’incontro, ma è l’individuo che deve lavorare su sé stesso.

La terza e ultima fase, quella de “L’arte come veicolo” chiude il cerchio, in quanto Grotowski qui torna all’opera, che tuttavia è considerata in termini di opus e non di spettacoli.

In queste ultime fasi, poi, risulta sempre più evidente il lavoro di Grotowski sul corpo, da lui considerato fondamentale. Egli infatti, partendo dal Metodo di Stanislavskij, e in un certo senso superandolo, propone esercizi utili alla pratica attoriale così come all’individuo per lavorare su sé stesso e sulle sue interazioni col gruppo e con il mondo.

Ed è questo il contesto nel quale Grotowski arriva a Pontedera, piccolo paesino vicino Pisa.

Il Workcenter of Jerzy Grotowski and Thomas Richards – questo il nome dato al centro toscano – viene fondato da Grotowski nel 1986. Il tipo di lavoro che continua qui, perfettamente inscritto nella fase de “L’arte come veicolo”, si concentra sulle ricerche sul corpo ma arriva anche alla messa in scena di opere (intese nel senso di opus), sulla scia di quelle che aveva realizzato negli Stati Uniti, a Irvine.
Il punto nevralgico di queste Actions è appunto quello di usare il corpo per arrivare al sentimento: in questa fase Grotowski quasi “supera” Stanislavskij, e afferma che il modo per poter arrivare all’interno è partire dall’esterno. Gli esercizi elaborati in questa fase sono ciò che permette al corpo di ricordare. Ma il ricordo è appunto scaturito da un esercizio, quindi da un atto puramente fisico, non mentale.
Per tutta la sua carriera Grotowski si era mosso “al contrario”: egli partiva dalla pratica per arrivare alla teoria così come partiva dal corpo per arrivare alla mente.

I protagonisti, insieme a lui, della fase toscana sono stati Thomas Richards, poi suo maggiore erede e attualmente Direttore del Workcenter, Maud Robart, cantante di origini haitiane e Mario Biagini, ora Direttore Associato del Workcenter.

Attualmente, il gruppo del Workcenter è diviso in due gruppi: “Focused Research Team in Art as Vehicle” diretto da Thomas Richards e “Open Program” diretto da Mario Biagini.

“Nella lotta con la nostra personale verità, nello sforzo per liberarci della maschera che ci è imposta dalla vita, il teatro con la sua corporea percettività, mi è sempre parso un luogo di provocazione, capace di sfidare sé stesso ed il pubblico violando le immagini, i sentimenti e i giudizi stereotipati e comunemente accettati […]” (J.G.)