Ogni fantasma, ogni creatura d’arte, per essere, deve avere il suo dramma, cioè un dramma di cui esso sia personaggio e per cui è personaggio. Il dramma è la ragion d’essere del personaggio; è la sua funzione vitale: necessaria per esistere” (Prefazione a Sei personaggi in cerca d’autore, Luigi Pirandello)

L’ultimo manifesto che voglio trattare non ha nulla a che vedere con i precedenti. Non è il risultato di uno studio a tavolino della situazione del teatro, non è una proposta di cambiamento e nemmeno un grido rivoluzionario. È la riflessione – tradotta sotto forma di opera teatrale – della filosofia personale di uno dei maggiori autori del Novecento italiano. Sto parlando di Sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello.

Penso di poter annoverare questo testo tra i manifesti teatrali in quanto esso è l’esplicazione e la contempo l’applicazione di quello che è sempre stato il fulcro del pensiero pirandelliano, da Il fu Mattia Pascal, attraverso Il treno ha fischiato per giungere infine a Uno, nessuno e centomila.

Primo dramma che andrà poi a comporre la trilogia del “teatro nel teatro”, Sei personaggi in cerca d’autore è il dramma più conosciuto, studiato e apprezzato di Pirandello. Il tema principale dell’opera è l’incomunicabilità, espressa durante tutto il corso dell’opera.

Penso che il tema sia stato trattato da Pirandello a diversi livelli – a un tempo distinti e intrecciati – così da renderne l’opera completamente pervasa.

Il primo livello di incomunicabilità è quello che definisce gli stessi sei Personaggi, incapaci di parlare tra loro, di raccontare la propria storia, di farne partecipi altre persone. Questi Personaggi sono destinati a vivere da soli i propri drammi personali, con nessuno che possa anche solo lontanamente farsene carico o anche semplicemente rappresentare al posto loro le tragedie che essi si sono trovati a vivere.

Ancora peggio, l’incomunicabilità di questi personaggi colpisce in primis il loro stesso autore, che li ha abbandonati condannandoli a vivere vite mai completamente vere, senza mai poter essere rappresentati. Un’esistenza inutile, sempre in sospeso, che impedisce ai personaggi di raggiungere qualsiasi traguardo.

Il secondo grado di incomunicabilità è quello tra i Personaggi e gli Attori della compagnia: per quanto questi ultimi si sforzino, non potranno mai rappresentare, o anche solo sentire davvero le vicissitudini dei Personaggi. Per mancanza di empatia, perché troppo concentrati e sicuri all’interno del loro ruolo di attori, né questi né il Capocomico riescono a carpire fino nel profondo la storia che si sta svolgendo di fronte a loro. Non solo: non comprendendola, non riescono a metterla in scena e di conseguenza la bollano come inutile e fanno l’impossibile per liberarsi di quella strana combriccola colpevole di avergli rubato un intero giorno di prove.

A questi due, ritengo di poter aggiungere un terzo livello di incomunicabilità, anche se questo non riguarda strettamente il testo: è l’incomunicabilità tra il dramma stesso e gli spettatori.

La prima rappresentazione, nel 1921, venne accolta dal pubblico non solo con freddezza, ma con un totale rifiuto.

Sebbene in seguito l’impatto col pubblico divenne meno forte, questa continua a essere un’opera caratterizzata da un forte senso straniante, sia per il tema meta teatrale, sia per la modalità con cui si svolge tutta l’azione. Dall’inizio in medias res, privo di qualsiasi introduzione o chiarimento, fino ai due intervalli mascherati da incidente, da casualità non premeditata.

Per queste caratteristiche, il pubblico fatica a sentirsi veramente parte del dramma, lo osserva da lontano, da fuori, essendoci dentro fisicamente ma intimamente lontano.

Penso che quest’opera – sebbene scritta quasi un secolo fa – parli in realtà di tutti noi.

Nella società della comunicazione ad ampio raggio sembra che l’incomunicabilità la faccia sempre più da padrona nella quotidianità delle nostre vite.

È come se Pirandello fosse stato in grado di prevedere questa involuzione già nel secolo scorso. E lo ha fatto mettendo in scena un dramma senza tempo, che potrebbe appartenere a qualsiasi epoca ma che viene reso perfettamente contemporaneo dal rapporto che si istaura tra i Personaggi abbandonati dal loro stesso autore e gli Attori, talmente concentrati su sé stessi e sul proprio ruolo da non essere in grado di capire quel dramma che si svolge davanti ai loro occhi e al quale essi avrebbero potuto dare voce.

Il dramma messo in scena da Pirandello non è solo quello di chi non sa parlare, ma anche quello di chi non sa ascoltare.

Ma se è tutto qui il male! Nelle parole! Abbiamo tutti dentro un mondo di cose; ciascuno un suo mondo di cose! E come possiamo intenderci, signore, se nelle parole ch’io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre, chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sé, del mondo com’egli l’ha dentro? Crediamo d’intenderci; non c’intendiamo mai” (Sei personaggi in cerca d’autore, Luigi Pirandello)

Non è tuttavia solo colpa della volontà degli uomini. È come se fossimo condannati a non poter comunicare veramente con chi ci sta intorno. E sembra essere proprio questo il messaggio forte che ci arriva dalle pagine di Pirandello. Nei suoi scritti, egli parla di uomini, di maschere, e del fatto che tra uomini e maschere non esiste una grande differenza. Forse sono proprio le maschere che ci obblighiamo a portare quelle che ci impediscono di comunicare davvero con chi ci sta intorno – a sua volta adornato da una maschera diversa dalla nostra che egli stesso ha deciso di portare.

E il dramma che ci racconta Pirandello è proprio questo.

Il dramma di chi non riesce a liberarsi dalle maschere che ci vengono imposte – o auto imposte.

Il dramma di chi non riesce a far sentire la propria voce e al contempo il dramma di chi decide di non ascoltare.

Il dramma infine di chi – come noi – fatica sempre più a capire l’importanza di comunicare davvero, senza barriere, con chi ci circonda.

Il poeta, a loro insaputa, quasi guardando da lontano per tutto il tempo di quel loro tentativo, ha atteso, intanto, a creare con esso e di esso la sua opera” (Prefazione a Sei personaggi in cerca d’autore, Luigi Pirandello)