La Madre Coraggio di Brecht

Come tutte le cose buone, anche la guerra, da principio, è difficile. Ma poi, quando ha attaccato, tien duro. Allora la gente ha paura della pace, come chi gioca ai dadi ha paura di smettere perché viene il momento di fare i conti, di vedere quanto s’è perduto” (Bertolt Brecht, Madre Courage e i suoi figli)

Forse uno degli affreschi più foschi che Brecht abbia mai composto sul genere umano, Madre Courage e i suoi figli vede la luce alla fine degli anni ‘30, durante il periodo dell’esilio in Svezia. Quest’opera – uno dei lavori più conosciuti dell’autore – è anche uno dei più chiari esempi di quello straniamento che Brecht ha portato all’interno dei suoi lavori.  È la storia di Anne Fierling, soprannominata Madre Courage, una carrettiera che vende le sue merci al seguito degli eserciti impegnati in guerra. La guerra in questione è quella dei Trent’anni, metafora lontana ma non troppo del periodo storico in cui Brecht scrive l’opera.

Madre Courage è sola, con tre figli, a fare un lavoro prettamente maschile. Ma lei non ha paura, quella che ci si presenta davanti non è il classico prototipo di donna. Madre Courage è abituata alla vita che conduce, si può dire che in realtà le piace, che il vivere a stretto contatto con la guerra sia normale e addirittura positivo per lei, e che l’unica cosa cui tenga davvero siano le sue merci. E proprio questa sua devozione al commercio sarà anche la causa di tutte le sue disgrazie.

L’opera è strutturata in quadri, secondo lo stile di Brecht: questi quadri non sono legati temporalmente e non seguono una precisa logica narrativa. Si tratta di quadri indipendenti l’uno dall’altro, posti sì in ordine cronologico, ma completamente slegati l’uno dall’altro anche da intervalli di anni. L’inizio di ogni quadro viene segnalato in scena con cartelli esplicativi su cui il pubblico può leggere una breve introduzione alla scena e il tempo intercorso tra il quadro precedente e quello che si va ad aprire. La storia ha inizio nel 1624. In pieno periodo di guerra. E già in questo primo quadro risulta chiaro il tono che avrà l’intera tragedia.

La pace è roba da rammolliti: non c’è che la guerra per mettere ordine. In tempo di pace l’umanità fa cilecca” (Bertolt Brecht, Madre Courage e i suoi figli)

L’antifrasi è la vera protagonista linguistica di tutto il testo. Questo è uno dei metodi usati da Brecht per far emergere quel senso di straniamento che deve pervadere il pubblico in sala: affermare il contrario di ciò che si vuole, oltre che a creare un senso di disagio in chi ascolta, ha il pregio di portarlo a riflettere, a dirsi in disaccordo con chi pronuncia quelle parole.

Madre Courage si rivela essere un personaggio funzionale: bravo mercante, madre che difende i figli perché sente di doverlo fare, completamente disinteressata alle regole sociali più basiche – conosce i padri dei suoi figli, ma li confonde l’uno con l’altro – pronta a tutto pur di racimolare qualche soldo o qualche merce.

Durante lo svolgersi della tragedia, Madre Courage perderà tutti i suoi figli, e tutti a causa del suo amore per il denaro.

Brecht è molto attento però a sottolineare un punto a questo riguardo: Madre Courage non è una persona cattiva o una pessima madre. Sebbene lo spettatore sia impossibilitato a immedesimarsi in questa figura, Brecht sta attento a fare in modo però che non venga percepita come una figura completamente negativa. In certi frangenti Madre Courage si dice e si dimostra disposta a difendere i figli con le unghie e con i denti, ma c’è sempre qualche inconveniente, qualche piccolo dettaglio che fa emergere il mercante che è in lei – che comunque resta sempre il suo istinto primario, prima ancora di quello materno. Madre Courage è costretta ad assistere allo sfacelo della sua famiglia lasciandosi andare solo a pochi gesti di disperazione, a pochi ripensamenti tardivi, che però portano il pubblico ad averne pietà più che disprezzo. Madre Courage è incapace di imparare dai suoi errori. E continua a ripeterli fino a non avere più nulla. Un figlio convinto con l’inganno ad arruolarsi mentre lei controlla il valore di una merce, un figlio fucilato perché lei mercanteggia troppo a lungo il prezzo con cui corrompere l’unico soldato in grado di salvarlo, la figlia sorda e muta infine che si sacrifica per salvare una città dall’assedio. Ma Madre Courage non se ne accorge, o pare non accorgersene. Tutto quello che può fare è ripartire, col suo carretto in spalla, sempre alla ricerca di nuovi conflitti, di nuovi eserciti e di nuove merci, come in un circuito senza fine che non le permette di essere veramente partecipe degli avvenimenti che la circondano, sempre e solo impegnata a fare affari con la violenza e a scapito di tutti, incapace di guardare alla sua vita passata e di trarne il benché minimo insegnamento, il che, forse, è la sorte più triste e al contempo una delle più grandi colpe dell’uomo.

Madre Courage perde la figlia e continua da sola. Per molto tempo ancora la guerra non sarà finita” (Bertolt Brecht, Madre Courage e i suoi figli, nota introduttiva all’ultima scena)